Prima di partire avevo letto alcune di quelle guide per turisti che vendono in libreria. Nella mia mente si era iniziata a creare un’idea di Thailandia, un miscuglio confuso di suoni e colori. Uscendo dall’aereoporto di Bangkok mi sono accorta di conoscere solo parole su carta, diverse e lontane dalla vera vita di questo paese.
Abito nella periferia di Bangkok, una città piena di lussuosi alberghi per stranieri, che si espande indistintamente facendo di tutto il territorio una sola grande metropoli. Ci sono grandi autostrade che corrono fuori dal traffico caotico della capitale per riversarsi nelle strade piene di vita. Tutto si assomiglia. Nelle strade non esistono regole, guidare ogni giorno è un’avventura. Motorini carichi di tre, quattro persone senza casco scattano al verde del semaforo, sembrano sciami di motorini impazziti che corrono dietro alla luce. Gli automobilisti procedono a zig-zag, i pullmini sembrano giocattoli di latta arrugginiti, con ammassati gli uomini stanchi da una giornata di lavoro con i volti fuori dai finestrini cercando un po’ di aria in questa terra che scotta.
La mattina verso le sei, la mia piccola sorella di otto anni mi tira le coperte e ancora con la faccia stropicciata mi faccio spingere verso la doccia. Infilo l’uniforme uguale a quella delle mie tre sorelle e ci svegliamo nel traffico della mattina con mamma che attenta guida verso la scuola. Tengo per mano Punch-la mia sorellina-le porto lo zaino fino al cancello e le dico in Italiano:“Fai la brava”. Mi sorride senza capire.
Ogni mattina tremilatrecento studenti si radunano in ordinate file sul prato, la banda suona l’inno e si alza la bandiera. Passano gli insegnanti con le forbici in mano, controllano lo stemma sulla camicia, il nome scritto il blu, e se c’è qualche ciuffo fuori posto, tagliano senza indecisione ciocche di capelli. Gli studenti si lamentano di questa uniformità, mancanza di esprimere se stessi. Pat, mia sorella maggiore, mi ha confessato che non sopporta la mentalità asiatica, dice che sono troppo chiusi e spera che anche il suo paese possa un giorno togliere queste regole nella scuola che sono scomode a tutti. Le ho chiesto perché non fa qualcosa per cambiare il suo presente se non le piace. È rimasta in silenzio senza rispondere. Abituata al liceo classico e ad un ritmo di scuola italiano, sono rimasta completamente disorientate. Bisogna stare a scuola circa dieci ore al giorno, quando va bene solo la metà sono di lezione. Spesso mancano gli insegnanti, o i miei compagni quando non hanno voglia non si presentano alle lezioni, ma rimangono in clase a dormire. Con tanto di cuscini e pupazzi. Gli insegnanti parlano e gli alumni mangiano, giocano ai videogiochi come se fosse la cosa più naturale. Per loro lo è. Per me, una scuola del genere è inconcepibile.
Cammino per i corridoi, si spostano per farmi passare, mi osservano, fanno a gara per salutarmi, guardano stupiti i miei capelli chiari e mossi, il mio naso da occidentale. Mi chiamano “farang”, straniera. Continuare a sentirlo mi fa accorgere di essere diversa, venuta da lontano. Per loro sono un essere strano e sconoscito, ancora da studiare. Anche nelle strade, le persone interrompono i loro lavori e mi sorridono. Sorrido anche io. Si contendono il posto vicino a me, mi ripetono i loro nomi e fanno salti di gioia quando ne ricordo uno. Penso agli immigrati che ci sono in Italia. La situazione è alquanto diversa.Prendo il treno per tornare a casa. La stazione è dietro alla scuola, c’è una casetta in legno dove un ragazzo distribuisce i biglietti. Sono solo una formalità, il treno è gratuito. Il treno. Credevo non esistesse più niente di simile. Tutto arruginito, corre con le porte aperte su un solo binario, accanto passano veloci distese d’acqua, prati alti più del treno. Si vedono le baracche in lamiera e eternit che riempiono i bordi della ferrovia. Cani che si trascinano da un cumulo all’altro di spazzatura, uomini abbandonati a se stessi sopra materassi distrutti nella polvere. Questa è la vera Thailandia che non ho trovato sulle guide turistiche. Questo, forse, è quello che cercavo.
Il popolo Thai dice di essere libero e amare il proprio paese. Io mi chiedo come possa amarlo se lanciano fuori dal finestrino il bicchiere vuoto di una bibita ghiacciata. Usano tantissimi sacchetti di plastica, davvero troppi e inutilmente, e poi li buttano indistintamente con le lattine e gli avanzi di cibo. Lasciano le macchine accese in mezzo alla strada, le finestre aperte con l’aria condizionata talmente forte da farmi dormire con il piumone.
La popolazione spaventata butta nel suo corpo quantità di pillole verdi e bianche al minimo mal di gola. Girano per strada con le mascherine per combattere questa febbre che ha già ucciso parecchie persone in Thailandia. Poi mangiano tranquillamente ai bordi dell’autostrada cibo cucinato nello smog in pentole lavate nei canali marroni. Ho mangiato anche io come loro, poi ho scoperto che era zuppa di rane e ho abbandonato il cucchiaio.
Sono qui da più di un mese ormai e non ho ancora visto il colore del cielo, la luna, le stele. È sempre un grigio spento che si confonde con il mare in un insieme di colori per niente nitido, tanto da venire tutto bianco e indistinto nelle fotografie. Mi chiedo se è una cappa di smog che mi fa tossire o solo la stagione delle piogge che ogni giorno crea fiumi fangosi per le strade. Qualche volta mi portano in un supermercato a Bangkok. Mentre giriamo in macchina, passo il tempo con il naso schiacciato contro il finestrino guardando i grattacieli. Sembro la bambina di paese che va in città e rimane stupita da tutto quello che vede. Non avevo mai visto il treno in città correre veloce a cinquanta metri d’altezza. I grattacieli sono fatti apposta per obbligare i passanti a guardare in su. Così che la vera vita della Thailandia scivoli vicino al finestrino, non si fa in tempo a capire cosa fa una donna anziana accovacciata in mezzo alla strada, si vedono le case scrostate dal tempo, i panni stesi ad asciugare tra i balconi le biciclette con il carrellino davanti per i gelati, le moto con dietro la griglia e spiedini che cuociono. Affumicati. Dallo smog di questa città.
Questa Thailandia che mi inghiotte nella sua vita frenetica. Una vita che non critico, che sto iniziando a capire. Io, occidentale trapiantata in oriente con gli occhi ancora chiusi e accecati da questo stile di vita così diverso dal nostro.
Io sto lasciando che la Thailandia mi entri sotto pelle, mi scorra nelle vene, non mi accorgo più dell’aria dolciastra e soffocante che non mi faceva respirare, e chiamo queste nuove persone mamma, babbo, sorelle. Mi sembra normalità.
La mia vita ora è qui, senza lacrime e malinconia.
In questa assurda Thailandia che piano piano, scopro e amo.


